In questo testo fondamentale della disputa sul socialismo Mises sviluppa la dimostrazione che in una comunità socialista un'economia razionale è impossibile, perché con la scomparsa della proprietà privata dei mezzi di produzione scompaiono anche i loro prezzi di mercato. Senza prezzi monetari per i beni produttivi manca il denominatore comune su cui si regge il calcolo economico; né il calcolo in natura né la teoria marxista del valore-lavoro possono assolvere questo compito, poiché il primo fallisce di fronte ai beni di ordine superiore e la seconda non coglie né la diversa qualità del lavoro né il consumo di fattori materiali di produzione. In cinque sezioni Mises tratta la distribuzione dei beni di consumo, la natura del calcolo economico, la sua impossibilità nell'economia collettiva, il problema della responsabilità e dell'iniziativa nell'impresa statalizzata, nonché un confronto con gli scritti di Otto Bauer e di Lenin, ai quali, secondo la sua analisi, il vero problema del calcolo non è affatto giunto alla coscienza. Il saggio, apparso nel 1920 sull'Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik, divenne la scintilla iniziale del dibattito sul calcolo socialista e vale ancora oggi come la più tagliente confutazione teorica dell'economia pianificata.
Introduzione
Molti socialisti non si sono mai occupati di questioni di economia politica, non hanno mai tentato di chiarirsi le condizioni alle quali gli uomini esercitano la propria attività economica. Altri, invece, si sono dedicati assai approfonditamente all'economia del passato e del presente e si sono sforzati di costruire un sistema dell'economia della «società borghese». Hanno indulto nella critica dei rapporti economici dell'economia «libera», ma hanno regolarmente omesso di applicare anche all'economia della società socialista vagheggiata quella corrosiva acutezza che qui hanno manifestato, non sempre con successo. Nelle variopinte descrizioni degli utopisti l'elemento propriamente economico resta sempre trascurato. Essi proclamano che nel loro paese di cuccagna i colombi arrostiti voleranno in bocca ai compagni, ma purtroppo omettono di mostrare in quale modo questo miracolo dovrebbe verificarsi. Là dove cominciano a farsi più precisi sul piano economico, fanno presto naufragio – si pensi ad esempio alle fantasie di Proudhon sulla banca di scambio –, sicché non riesce difficile additare i loro spropositi logici. Quando il marxismo ha solennemente vietato ai suoi fedeli di occuparsi dei problemi dell'economia che si situano al di là dell'espropriazione degli espropriatori, in realtà non ha fatto nulla di particolare, poiché anche gli «utopisti» hanno trascurato l'aspetto economico nelle loro descrizioni e hanno rivolto la loro attenzione unicamente alla raffigurazione delle condizioni esteriori e delle conseguenze, ovviamente quanto mai favorevoli, del nuovo ordinamento delle cose.
Comunque sia, sia che si riconosca l'avvento del socialismo come una necessità ineluttabile dello sviluppo umano oppure no, e sia che dalla socializzazione dei mezzi di produzione ci si attenda la massima felicità o la più profonda infelicità per gli uomini, si dovrà nondimeno ammettere che le indagini sulle condizioni di una gestione economica su base socialista non sono da considerarsi soltanto «un buon esercizio di pensiero e un mezzo per promuovere chiarezza e coerenza politica». In un'epoca in cui ci avviciniamo sempre più al socialismo, anzi in cui in un certo senso vi siamo già immersi, l'indagine dei problemi dell'economia socialista acquista importanza anche per la spiegazione di ciò che accade intorno a noi. Per la comprensione dei fenomeni economici della Germania odierna e dei suoi paesi vicini orientali, ciò che ci offre l'analisi dell'economia di scambio non basta più da tempo. Qui dobbiamo già attingere in misura assai considerevole a elementi della comunità socialista. In tali circostanze, i tentativi di chiarirsi l'essenza dell'economia socialista non richiedono alcuna particolare giustificazione.
La ripartizione dei beni di consumo nella comunità socialista
Nella comunità socialista tutti i mezzi di produzione sono proprietà della collettività. Soltanto la collettività può disporne e determinarne l'impiego nella produzione. Ovviamente la collettività sarà in grado di esercitare le proprie facoltà soltanto attraverso un organo particolare, poiché in altro modo non può agire. Come tale organo venga costituito e come in esso e attraverso di esso si manifesti la volontà generale, ha per noi importanza secondaria. Si può pensare ad esempio all'elezione dell'organo e, qualora esso dovesse essere composto da più di una singola persona, alle deliberazioni a maggioranza dei membri del collegio.
Il proprietario di beni produttivi, che ha prodotto e con ciò è divenuto proprietario di beni di godimento, ha ora la scelta o di consumare egli stesso o di lasciar consumare altri. Alla collettività, in quanto proprietaria di beni di godimento da essa acquisiti attraverso la produzione, non spetta una scelta del genere. Essa non può godere da sé, deve far godere degli uomini. Chi debba godere e che cosa ciascuno debba godere, questo è il problema socialista della ripartizione.
È caratteristico del socialismo che la ripartizione dei beni di godimento debba essere indipendente dalla produzione e dalle sue condizioni economiche. È incompatibile con l'essenza della proprietà collettiva dei beni produttivi fondare anche solo una parte della ripartizione sull'imputazione economica del prodotto ai singoli fattori della produzione. Sarebbe impensabile, ad esempio, far pervenire previamente al lavoratore l'intero prodotto del suo lavoro e poi «sottoporre» le quote dei fattori materiali della produzione a una ripartizione particolare. Poiché sta, come si dovrà ancora mostrare, nell'essenza del modo di produzione socialista che in esso le quote dei singoli fattori della produzione sul prodotto della produzione non possano affatto essere determinate, che esso sia inaccessibile a ogni verifica calcolatoria del rapporto tra spesa di produzione e prodotto della produzione.
Quale principio venga scelto per l'assegnazione dei beni di godimento ai singoli compagni è abbastanza secondario per l'esame dei problemi che ci occupano. Sia che si voglia commisurare al singolo secondo i suoi bisogni, sicché chi ha bisogni maggiori riceva più di chi ne ha di minori; sia che si tenga conto del merito del singolo, sicché il migliore riceva più del peggiore; sia che si scorga l'ideale nella ripartizione il più possibile uniforme, sicché ciascuno riceva per quanto possibile la medesima quantità; sia che si voglia assumere a criterio della ripartizione i servizi resi alla collettività, sicché al più diligente spetti più che al più pigro: sempre la cosa starà in modo tale che ciascuno riceve dalla collettività un'assegnazione.
Ammettiamo, per semplicità, che l'assegnazione avvenga secondo il principio della parità di trattamento di tutti i membri della società; non è poi difficile immaginare singole correzioni che graduino la quota ricevuta a seconda dell'età, del sesso, dello stato di salute, di particolari necessità professionali e simili. Il compagno riceve ad esempio un fascio di buoni che, entro un determinato periodo di tempo, vengono riscossi contro una determinata quantità di diversi determinati beni. Così egli può poi mangiare più volte al giorno, trovare costantemente alloggio, di tanto in tanto dedicarsi a divertimenti, di quando in quando ricevere un nuovo capo di vestiario. Se l'approvvigionamento dei bisogni procurato in questo modo risulti più o meno ricco, dipenderà dalla produttività del lavoro sociale.
Non è necessario che ciascuno consumi anche da sé l'intera sua quota. Egli può lasciarne deperire una parte non goduta, regalarla oppure, qualora ciò sia compatibile con la natura del bene, conservarla per un bisogno successivo. Ma può anche scambiarne una parte. Il bevitore di birra rinuncerà volentieri alle bevande analcoliche che gli spettano, se può ottenere più birra; l'astemio sarà disposto a rinunciare alla sua parte di bevande alcoliche, se in cambio può acquisire altri godimenti. L'amante dell'arte vorrà rinunciare alla visita dei cinematografi, per poter ascoltare più spesso buona musica; l'incolto avrà il desiderio di cedere i biglietti che lo abilitano all'ingresso nei luoghi della buona arte, in cambio di godimenti per i quali ha maggiore comprensione. Tutti costoro saranno disposti a scambiare. Oggetto del commercio di scambio potranno però essere sempre soltanto beni di godimento. I beni produttivi nella società socialista sono esclusivamente proprietà della collettività; sono proprietà collettiva inalienabile e perciò res extra commercium.
Il commercio di scambio può svolgersi, anche nell'angusto ambito che gli assegna l'ordinamento sociale socialista, anche in forma indiretta. Non è necessario che esso si svolga sempre nelle forme dello scambio diretto. Le stesse ragioni che altrove hanno condotto al formarsi dello scambio indiretto lo faranno apparire vantaggioso, nell'interesse degli scambianti, anche nella società socialista. Ne consegue che la società socialista offre spazio anche all'impiego di un mezzo di scambio di uso generale, il denaro. Il suo ruolo nell'economia socialista sarà in linea di principio il medesimo che nell'economia libera; in entrambe esso è il mediatore di scambio di uso generale. Tuttavia l'importanza di questo ruolo è, nell'ordinamento sociale fondato sulla proprietà collettiva dei mezzi di produzione, diversa da quella che ha nell'ordinamento fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione. Essa è qui incomparabilmente minore, perché lo scambio in questa società ha un'importanza assai minore, perché qui esso abbraccia in genere soltanto beni di consumo. Poiché nessun bene produttivo viene movimentato nel commercio di scambio, diventa impossibile riconoscere prezzi monetari dei beni produttivi. Il ruolo che il denaro svolge nell'economia libera nel campo del calcolo della produzione non può conservarlo nella comunità socialista. Il calcolo del valore in denaro diventa qui impossibile.
I rapporti di scambio che si formano nel commercio tra i compagni non possono essere lasciati inosservati dalla direzione della produzione e della ripartizione. Essa deve porre alla base questi rapporti di scambio, se vuole rendere reciprocamente sostituibili diversi beni nell'assegnazione delle quote pro capite. Se nel commercio di scambio si è formato il rapporto 1 sigaro uguale a 5 sigarette, la direzione non potrebbe senz'altro dichiarare che 1 sigaro è uguale a 3 sigarette, per assegnare secondo questo rapporto all'uno soltanto sigari, all'altro soltanto sigarette. Se la razione di tabacco non deve essere riscossa uniformemente da ognuno in parte in sigari e in parte in sigarette; se, o perché così desiderano oppure perché lo sportello di riscossione momentaneamente non può fare altrimenti, gli uni devono ricevere soltanto sigari, gli altri soltanto sigarette, allora si dovrebbero tener presenti i rapporti di scambio del mercato. Altrimenti tutti coloro che hanno ricevuto sigarette risulterebbero svantaggiati rispetto a coloro che hanno ricevuto sigari. Poiché chi ha ricevuto un sigaro può scambiarlo per cinque sigarette, mentre il sigaro gli viene computato soltanto con tre sigarette.
Le variazioni dei rapporti di scambio nel commercio tra i compagni dovranno quindi indurre la direzione economica a corrispondenti modifiche nei coefficienti per la sostituibilità dei diversi beni di godimento.
Ogni variazione di questo tipo indica che il rapporto tra i singoli bisogni dei compagni e il loro soddisfacimento si è spostato, che alcuni beni vengono ora desiderati più intensamente di altri. La direzione economica sarà presumibilmente intenta a tenerne conto anche nella produzione. Essa cercherà di ampliare la produzione degli articoli più intensamente desiderati e di limitare quella dei meno desiderati. Ma una cosa non potrà fare: non potrà lasciare al singolo compagno di riscuotere la sua tessera del tabacco a piacimento in sigari oppure in sigarette. Se concedesse al compagno il diritto di scegliere se vuole ricevere sigari o sigarette, allora potrebbe accadere che vengano richiesti più sigari o più sigarette di quanti ne siano stati prodotti, mentre d'altra parte sigarette o sigari rimangano giacenti nei punti di distribuzione, perché nessuno li ha richiesti.
Adottando il punto di vista della teoria del valore-lavoro, per questo problema esiste senza dubbio una soluzione semplice. Il compagno riceve, per l'ora di lavoro prestata, un buono che lo autorizza a ritirare il prodotto di un'ora di lavoro, diminuito della trattenuta destinata a coprire gli oneri gravanti sull'intera società, quali il mantenimento degli inabili al lavoro, le spese culturali e simili. Se si assume che la trattenuta per la copertura delle spese a carico della collettività sia pari alla metà del prodotto del lavoro, allora ogni lavoratore che abbia lavorato un'ora avrebbe il diritto di ricevere prodotti per la cui produzione sia stata impiegata mezz'ora di lavoro. I beni pronti per l'uso o per il consumo e le prestazioni utili possono essere prelevati dal mercato da chiunque sia in grado di corrispondere per essi il doppio del tempo di lavoro impiegato per la loro produzione, e destinati al proprio consumo o uso. Per chiarire i nostri problemi sarà meglio supporre che la collettività non operi anticipatamente alcuna trattenuta sul lavoratore per coprire le spese a suo carico, ma si procuri piuttosto i mezzi di cui ha bisogno mediante un'imposta sul reddito dei suoi membri lavoratori. Si darebbe quindi a ogni ora di lavoro prestata il diritto di acquisire beni per la cui produzione sia stato necessario impiegare un'ora di lavoro. Una simile regolazione della distribuzione sarebbe tuttavia inattuabile, poiché il lavoro non costituisce una grandezza unitaria e omogenea. Tra le diverse prestazioni lavorative esiste una differenza qualitativa che, in considerazione della diversa configurazione della domanda e dell'offerta dei loro prodotti, conduce a valutazioni differenti. Non si può, caeteris paribus, aumentare l'offerta di quadri senza che ne soffra la qualità del prodotto. Non si può dare al lavoratore che ha prestato un'ora di lavoro semplicissimo il diritto di consumare il prodotto di un'ora di lavoro più qualificato. Nel sistema socialista è del tutto impossibile stabilire un nesso tra l'importanza di una prestazione lavorativa per la società e la sua partecipazione al risultato del processo produttivo sociale. La retribuzione del lavoro può qui essere soltanto arbitraria; non la si può fondare sull'imputazione economica del prodotto, come nell'economia di scambio libera basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, poiché, come vedremo, l'imputazione nel sistema socialista non è possibile. I fatti economici pongono un limite preciso al potere della società di fissare a piacimento la retribuzione del lavoratore: in nessun caso la somma dei salari potrà a lungo andare superare il reddito sociale. Entro questo limite, però, essa può disporre liberamente. Può senz'altro stabilire che tutti i lavori siano ritenuti di pari valore, che per ogni ora di lavoro, senza distinzione di qualità, sia corrisposta la medesima retribuzione; può altrettanto bene operare una distinzione tra le singole ore di lavoro a seconda della qualità del lavoro prestato. Ma in entrambi i casi dovrebbe riservarsi di disporre in modo particolare riguardo alla distribuzione dei prodotti del lavoro. Che colui il quale ha prestato un'ora di lavoro debba anche essere autorizzato a consumare il prodotto di un'ora di lavoro, essa non potrebbe mai disporlo – anche volendo prescindere dalla diversità della qualità del lavoro e dei suoi prodotti e supponendo inoltre che sia possibile stabilire quanto lavoro sia contenuto in ciascun prodotto del lavoro. Poiché nei singoli beni economici, oltre al lavoro, sono contenuti anche costi materiali. Un prodotto per il quale è stata impiegata maggiore materia prima non può essere equiparato a un altro per il quale è stata usata minore materia prima.
L'essenza del calcolo economico
Chiunque, agendo nella vita economica, sceglie tra il soddisfacimento di due bisogni, di cui uno solo può essere soddisfatto, formula giudizi di valore. I giudizi di valore colgono dapprima e immediatamente soltanto il soddisfacimento del bisogno stesso; da questo risalgono ai beni di primo ordine e poi ancora ai beni degli ordini superiori. Di regola l'uomo in possesso delle proprie facoltà è senz'altro in grado di valutare i beni di primo ordine. In circostanze semplici gli riesce anche senza fatica formarsi un giudizio sull'importanza che i beni di ordine superiore hanno per lui. Ma dove la situazione delle cose diventa un po' più intricata e le connessioni sono più difficili da penetrare, occorre svolgere considerazioni più fini per condurre correttamente la valutazione dei mezzi di produzione – naturalmente intesa solo nel senso del soggetto valutante e non in un senso oggettivo, in qualche modo universalmente valido. Per l'agricoltore che opera in isolamento può non essere difficile prendere una decisione tra l'ampliamento dell'allevamento del bestiame e l'estensione dell'attività venatoria. Le vie produttive da imboccare sono qui ancora relativamente brevi, e la spesa che esse richiedono e il prodotto che lasciano prevedere possono essere facilmente abbracciati con lo sguardo. Ma le cose stanno del tutto diversamente quando si debba scegliere, per esempio, tra lo sfruttamento di un corso d'acqua per la produzione di energia elettrica, l'estensione dell'estrazione del carbone e la creazione di impianti per un migliore utilizzo dell'energia contenuta nel carbone. Qui i giri produttivi sono moltissimi, e ciascuno di essi è così lungo, qui le condizioni per il successo delle imprese da avviare sono così molteplici, che non si può in alcun modo accontentarsi di mere stime vaghe, e occorrono calcoli più precisi per formarsi un giudizio sull'economicità del procedere.
Calcolare si può soltanto con unità. Un'unità del valore d'uso soggettivo dei beni non può però esistere. L'utilità marginale non costituisce un'unità di valore, poiché, com'è noto, il valore di due unità di una data scorta non è il doppio di quello di u n a unità, ma deve necessariamente essere maggiore. Il giudizio di valore non misura, esso gradua, esso ordina in scala². Anche l'operatore isolato di un'economia senza scambio non può quindi, quando debba prendere una decisione là dove il giudizio di valore non appare immediatamente evidente e debba fondare il proprio giudizio solo su un calcolo più o meno preciso, operare con il solo valore d'uso soggettivo; egli deve costruire rapporti di sostituzione tra i beni, sulla cui base potrà poi calcolare. Di regola non gli riuscirà di ricondurre tutto a un'unica unità; tuttavia, non appena gli riesca anche solo di ricondurre tutti gli elementi da includere nel calcolo a quei beni economici che possono essere colti da un giudizio di valore immediatamente evidente, ossia ai beni di primo ordine e alla pena del lavoro, troverà con ciò quanto basta per il suo calcolo. Che ciò sia possibile solo in circostanze assai semplici, è ben evidente. Per procedimenti produttivi più intricati e più lunghi ciò non basterebbe affatto.
Nell'economia di scambio il valore di scambio oggettivo dei beni si presenta come unità del calcolo economico. Ciò comporta un triplice vantaggio. Anzitutto consente di fondare il calcolo sulla valutazione di tutti gli operatori partecipanti allo scambio. Il valore d'uso soggettivo del singolo, in quanto fenomeno puramente individuale, non è immediatamente comparabile con il valore d'uso soggettivo di altri uomini. Lo diventa solo nel valore di scambio, che nasce dall'interazione delle valutazioni soggettive di tutti gli operatori partecipanti allo scambio. Inoltre, il calcolo secondo il valore di scambio offre un controllo sull'impiego conveniente dei beni. Chi vuole calcolare un processo produttivo complicato si accorge subito se lavora in modo più economico degli altri oppure no; se, in considerazione dei rapporti di scambio vigenti sul mercato, non può condurre la produzione in modo redditizio, ciò costituisce l'indizio del fatto che altri sanno valorizzare meglio i beni di ordine superiore in questione. Infine, però, il calcolo secondo il valore di scambio consente la riconduzione dei valori a un'unità. A tal fine, poiché i beni sono reciprocamente sostituibili secondo il rapporto di scambio del mercato, può essere scelto un bene qualsiasi. Nell'economia monetaria viene qui scelto il denaro.
Il calcolo monetario ha i suoi limiti. Il denaro non è una misura del valore, né una misura del prezzo. Il valore infatti non si misura in denaro. Neppure i prezzi si misurano in denaro, essi consistono in denaro. Il denaro, in quanto bene economico, non è «stabile nel valore», come si è soliti ingenuamente supporre nel suo impiego come standard of deferred payments. Il rapporto di scambio esistente tra i beni e il denaro è soggetto a oscillazioni costanti, anche se di regola non troppo violente, che provengono non solo dal lato degli altri beni economici, ma anche dal lato del denaro. Ciò invero disturba il calcolo del valore in misura minima, dato che esso, in considerazione dei mutamenti mai sopiti delle altre condizioni economiche, suole prendere in esame solo brevi periodi di tempo, periodi nei quali almeno il denaro «buono» suole di regola subire dal suo lato solo oscillazioni minori dei rapporti di scambio. L'insufficienza del calcolo monetario del valore non deriva principalmente dal fatto che si calcola in un mezzo di scambio di uso generale, il denaro, bensì dal fatto che è in generale il valore di scambio a essere posto a fondamento del calcolo, e non il valore d'uso soggettivo. Così nel calcolo non possono entrare tutti quei momenti determinanti del valore che si trovano al di fuori dello scambio. Chi calcola la redditività dello sfruttamento di una forza idraulica non può inserire in tale calcolo la bellezza della cascata, che dovrebbe soffrire a causa dell'impianto, a meno che non tenga conto, per esempio, della diminuzione del turismo e simili, che nello scambio hanno il loro valore di scambio. Eppure si tratta qui di una circostanza che, nella questione se la costruzione debba essere eseguita oppure no, viene presa in considerazione. Si è soliti designare questi momenti come «extraeconomici». Ciò può essere corretto. Sulle terminologie non si deve disputare. Ma non si possono qualificare come irrazionali le considerazioni che inducono a tener conto anche di essi. La bellezza di una contrada o di un edificio, la salute, la felicità e la soddisfazione degli uomini, l'onore di singoli o di interi popoli sono, qualora vengano riconosciuti dagli uomini come significativi, anche quando non appaiano sostituibili nello scambio e non entrino quindi in alcun rapporto di scambio, motivi dell'agire razionale tanto quanto quelli economici in senso proprio. Che il calcolo monetario non possa coglierli risiede nella sua essenza, ma non può sminuire l'importanza del calcolo monetario per il nostro fare e tralasciare economico. Poiché tutti quei beni ideali sono beni di primo ordine, possono essere colti immediatamente dal nostro giudizio di valore, e non vi è quindi alcuna difficoltà a tenerne conto, anche se devono rimanere al di fuori del calcolo monetario. Che il calcolo monetario non ne tenga conto non rende più difficile la loro considerazione nella vita, anzi piuttosto la agevola. Se sappiamo con precisione quanto ci costano la bellezza, la salute, l'onore, l'orgoglio, nulla può impedirci di tenerne conto in misura adeguata. Può sembrare penoso a un animo sensibile dover ponderare beni ideali contro beni materiali. Ma di ciò non è colpa il calcolo monetario, ciò risiede nell'essenza delle cose. Anche là dove i giudizi di valore vengono formulati immediatamente senza calcolo del valore e del denaro, non si può eludere la scelta tra soddisfacimento materiale e ideale. Anche l'operatore isolato, anche la società socialista devono scegliere tra beni «ideali» e «materiali». Le nature nobili non proveranno mai imbarazzo quando debbano scegliere tra l'onore e, poniamo, il nutrimento. Sapranno come comportarsi in casi simili. Se anche l'onore non si può mangiare, si può tuttavia rinunciare al cibo per amore dell'onore. Solo coloro che vogliono essere sottratti al tormento di una simile scelta, perché non potrebbero decidersi a rinunciare a piaceri materiali per amore di vantaggi ideali, vedono già nella scelta stessa una profanazione dei veri valori.
Il calcolo monetario ha senso soltanto nella conduzione dell'economia. Qui lo si impiega per adeguare la disposizione dei beni economici alle regole dell'economicità. I beni economici vi entrano peraltro soltanto in quelle quantità che vengono scambiate contro denaro. Ogni ampliamento del campo di applicazione del calcolo monetario conduce a errori. Il calcolo monetario fallisce quando si cerca di impiegarlo, nelle indagini storiche sullo sviluppo delle condizioni economiche, come metro del mondo dei beni; fallisce quando con il suo ausilio si cerca di stimare il patrimonio nazionale e il reddito nazionale, quando con esso si vuole calcolare il valore di beni che stanno al di fuori dello scambio, come ad esempio quando si tenta di calcolare in denaro le perdite di uomini dovute all'emigrazione o alle guerre³. Si tratta di giochi dilettanteschi, anche se talvolta vengono coltivati da economisti molto perspicaci.
Ma entro questi limiti, che essa non oltrepassa mai nella vita economica, il calcolo monetario compie tutto ciò che dobbiamo esigere dal calcolo economico. Esso ci offre una guida attraverso la soverchiante abbondanza delle possibilità economiche. Esso ci consente di estendere a tutti i beni di ordine superiore quel giudizio di valore che, in evidenza immediata, si collega soltanto ai beni pronti al godimento e tutt'al più ancora ai beni produttivi degli ordini più bassi. Esso rende il valore calcolabile e ci offre con ciò soltanto le basi per ogni attività economica con beni di ordine superiore. Se non lo avessimo, allora ogni produzione con processi di ampio respiro, allora tutte le più lunghe vie indirette capitalistiche della produzione sarebbero un brancolare nel buio.
Sono due le condizioni che rendono possibile il calcolo del valore in denaro. Anzitutto, non solo i beni di primo ordine, ma anche i beni di ordine superiore, nella misura in cui devono esserne abbracciati, devono trovarsi nello scambio. Se non si trovassero nello scambio, non si giungerebbe alla formazione di rapporti di scambio. È vero, anche le considerazioni che l'economo isolato deve compiere quando, all'interno della sua casa, vuole scambiare mediante la produzione lavoro e farina contro pane, non sono diverse da quelle che egli compie quando vuole scambiare sul mercato pane contro vesti, e in un certo senso si ha dunque ragione quando si designa come scambio ogni agire economico, e quindi anche il produrre dell'economo isolato⁴. Eppure lo spirito di un s o l o uomo da solo – fosse pure il più geniale – è troppo debole per cogliere l'importanza di ciascuno dei singoli, infinitamente numerosi beni di ordine superiore. Nessun singolo può dominare l'infinita abbondanza delle diverse possibilità di produzione a tal punto da essere in grado di porre, senza calcolo ausiliario, giudizi di valore immediatamente evidenti. La ripartizione del potere di disposizione sui beni economici dell'economia sociale, che opera secondo la divisione del lavoro, fra molti individui, produce una sorta di divisione spirituale del lavoro, senza la quale non sarebbero possibili né il calcolo della produzione né l'economia.
La seconda condizione è che sia in uso un mezzo di scambio comunemente impiegato, un denaro, che svolga il proprio ruolo di mediatore anche nello scambio dei beni di produzione. Se così non fosse, allora non sarebbe possibile ricondurre tutti i rapporti di scambio a un denominatore unitario.
Solo in condizioni semplici l'economia è in grado di fare a meno del calcolo monetario. Nella ristrettezza dell'economia domestica chiusa, dove il padre di famiglia è in grado di abbracciare con lo sguardo l'intero meccanismo economico, si può valutare con maggiore o minore esattezza il significato di mutamenti del procedimento produttivo anche senza il sostegno che esso offre allo spirito. Il processo di produzione si svolge qui con un impiego relativamente esiguo di capitale. Esso imbocca poche vie indirette capitalistiche della produzione; ciò che viene prodotto sono di regola beni di godimento o pur sempre beni di ordine superiore non troppo lontani dai beni di godimento. La divisione del lavoro è ancora ai primissimi inizi; uno e medesimo lavoratore svolge il lavoro di un intero procedimento produttivo dal suo inizio fino al compimento del bene pronto al godimento. Tutto ciò è diverso nella produzione sociale sviluppata. Non è lecito cercare nelle esperienze di un'epoca di produzione semplice da lungo tempo superata un argomento a favore della possibilità di fare a meno, nell'attività economica, del calcolo monetario.
Infatti, nelle condizioni semplici dell'economia domestica chiusa si può abbracciare con lo sguardo l'intero cammino dall'inizio del processo produttivo fino al suo compimento e giudicare sempre se l'uno o l'altro procedimento dia più beni pronti al godimento. Ciò non è più possibile nelle condizioni incomparabilmente intricate della nostra economia. Anche per la società socialista sarà senz'altro chiaro che 1000 hl di vino sono migliori di 800 hl, ed essa può prendere senz'altro la decisione se siano per lei preferibili 1000 hl di vino oppure 500 hl di olio. Per stabilire ciò non occorre alcun calcolo; qui decide la volontà dei soggetti economici agenti. Ma una volta presa questa decisione, comincia soltanto allora il compito vero e proprio della conduzione economica razionale: porre i mezzi in modo economico al servizio dei fini. Ciò può avvenire soltanto con l'ausilio del calcolo economico. Lo spirito umano non può orientarsi nella sconcertante abbondanza dei prodotti intermedi e delle possibilità di produzione, se gli manca questo sostegno. Esso resterebbe smarrito di fronte a tutte le questioni di procedimento e di ubicazione⁵.
È un'illusione credere che si possa sostituire, nell'economia socialista, il calcolo monetario con il calcolo in natura. Il calcolo in natura, nell'economia priva di scambio, può sempre abbracciare soltanto i beni pronti al godimento, e fallisce completamente con tutti i beni di ordine superiore. Non appena si rinuncia alla libera formazione dei prezzi monetari dei beni di ordine superiore, si è resa del tutto impossibile la produzione razionale. Ogni passo che ci allontana dalla proprietà privata dei mezzi di produzione e dall'uso del denaro ci allontana anche dall'economia razionale.
Si poté trascurare ciò, perché tutto quello che già vediamo realizzato del socialismo intorno a noi non sono che oasi socialiste nell'economia con circolazione monetaria, pur sempre ancora libera fino a un certo grado. In quell'u n i c o senso si può concordare con l'affermazione, peraltro insostenibile e sostenuta solo per ragioni di agitazione, dei socialisti, secondo cui la statalizzazione e la municipalizzazione di imprese non rappresentano ancora un pezzo di socialismo, nel senso cioè che queste aziende sono sostenute nella loro conduzione dall'organismo economico del libero scambio che le circonda a tal punto, che la peculiarità essenziale dell'economia socialista non poté affatto manifestarsi in esse. Nelle aziende statali e comunali vengono attuati miglioramenti tecnici, perché si può osservare il loro effetto in imprese private del medesimo genere all'interno e all'estero, e perché l'industria privata, che produce i mezzi di tali miglioramenti, dà l'impulso alla loro introduzione. In queste aziende si possono accertare i vantaggi di trasformazioni, perché esse sono interamente circondate da una società fondata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sulla circolazione monetaria, sicché esse sono in grado di calcolare e di tenere i libri, cosa che le aziende socialiste in un ambiente puramente socialista non potrebbero fare.
Senza calcolo economico nessuna economia. Nella comunità socialista, poiché l'esecuzione del calcolo economico è impossibile, non può esservi affatto alcuna economia nel nostro senso. Nel piccolo e in singole cose secondarie si potrà forse continuare ad agire razionalmente. Ma in generale non si potrebbe più parlare di produzione razionale. Non vi sarebbe alcun mezzo per riconoscere che cosa sia razionale, e così la produzione non potrebbe essere consapevolmente orientata all'economicità. Che cosa ciò significhi, anche del tutto a prescindere dalle conseguenze per l'approvvigionamento degli uomini con i beni, è chiaro. La razionalità dell'agire viene scacciata dal campo in cui si trova il suo vero e proprio dominio. Vi potrà allora essere ancora, in generale, razionalità dell'agire, anzi vi potrà essere ancora, in generale, razionalità e logica nel pensare? Storicamente il razionalismo umano è sorto dall'economia. Potrà esso, in generale, ancora mantenersi, quando ne sarà stato scacciato?
Per un certo tempo, il ricordo delle esperienze raccolte nel corso dei millenni di libera economia potrà pur sempre essere in grado di trattenere il pieno decadimento dell'arte economica. Le antiche specie di procedimento saranno mantenute, non perché razionali, ma perché appaiono consacrate dalla tradizione. Esse saranno nel frattempo divenute irrazionali, perché non corrispondono più alle nuove condizioni. Esse subiranno, per effetto del generale regresso del pensiero economico, mutamenti che le renderanno antieconomiche. L'approvvigionamento non si svolgerà più in modo anarchico, questo è vero. Su tutte le azioni che servono alla copertura del fabbisogno regnerà l'ordine di un'istanza suprema. Ma al posto dell'economia del modo di produzione anarchico sarà subentrato l'insensato condursi di un apparato privo di ragione. Le ruote gireranno, ma gireranno a vuoto.
Ci si rappresenti la situazione della comunità socialista. Vi sono centinaia e migliaia di officine in cui si lavora. Pochissime di esse producono merci pronte all'uso; nella maggioranza vengono prodotti mezzi di produzione e semilavorati. Tutte queste aziende stanno in collegamento le une con le altre. Ogni bene economico le attraversa l'una dopo l'altra, finché diventa pronto al godimento. Nell'incessante meccanismo di questo processo manca però alla direzione economica ogni possibilità di orientarsi. Essa non può accertare se il pezzo da lavorare, lungo il cammino che deve percorrere, non venga superfluamente trattenuto, se per il suo compimento non vengano sprecati lavoro e materiale. Quale possibilità avrebbe essa di apprendere se questa o quella specie di produzione sia la più vantaggiosa? Essa può, nel migliore dei casi, confrontare la bontà e la quantità del risultato finale, pronto al godimento, della produzione, ma solo nei casi più rari sarà in grado di confrontare il dispendio sostenuto nella produzione. Essa sa esattamente a quali fini debba tendere la sua conduzione economica, o crede di saperlo, ed essa deve agire di conseguenza, cioè deve raggiungere i fini perseguiti con il minimo dispendio. Per trovare la via più economica, essa deve calcolare. Questo calcolo può naturalmente essere soltanto un calcolo del valore; è senz'altro chiaro e non abbisogna di alcuna più precisa giustificazione che esso non possa essere tecnico, non possa essere fondato sul valore d'uso oggettivo (valore di utilità) dei beni e dei servizi.
Nell'ordinamento economico fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, il calcolo del valore viene compiuto da tutti i membri autonomi della società. Ognuno partecipa al suo costituirsi in duplice modo, una volta come consumatore, l'altra volta come produttore. Come consumatore egli fissa la gerarchia dei beni pronti all'uso e al consumo; come produttore egli trae i beni di ordine superiore in quell'impiego in cui promettono di rendere il provento più alto. Con ciò anche tutti i beni di ordine superiore ricevono la gerarchia loro spettante secondo lo stato momentaneo dei rapporti sociali di produzione e dei bisogni sociali. Mediante l'interazione dei due processi di valutazione si provvede a che il principio economico giunga al dominio dappertutto, tanto nel consumo quanto nella produzione. Si forma quel sistema esattamente graduato dei prezzi che consente a ognuno, in ogni istante, di porre il proprio fabbisogno in armonia con il calcolo dell'economicità.
Tutto ciò manca necessariamente nella comunità socialista. La direzione economica potrà sapere esattamente quali beni le occorrano con maggiore urgenza. Ma con ciò essa ha trovato soltanto l'una parte di ciò che è necessario per il calcolo economico. Dell'altra parte, la valutazione dei mezzi di produzione, essa deve fare a meno. Il valore che spetta alla totalità dei mezzi di produzione essa è in grado di accertarlo; esso è ovviamente pari al valore che spetta alla totalità dei bisogni soddisfatti per mezzo di esso. Essa è anche in grado di calcolare quanto sia grande il valore di un singolo mezzo di produzione, se calcola il significato della perdita di soddisfacimento dei bisogni che deriva dal suo venir meno. Ma essa non può ricondurlo a un'unitaria espressione di prezzo, come ne è in grado la libera economia, nella quale tutti i prezzi possono essere ricondotti a un'espressione comune in denaro.
Nell'economia socialista, che non deve sì necessariamente eliminare completamente il denaro, ma rende però impossibile l'espressione in denaro dei prezzi dei mezzi di produzione (compreso il lavoro), il denaro non può svolgere alcun ruolo nel calcolo economico1.
Si pensi alla costruzione di una nuova linea ferroviaria. La si deve costruire affatto e, in caso affermativo, quale fra le diverse tracciate immaginabili va costruita? Nell'economia libera di scambio e di moneta è possibile impostare il calcolo in denaro. La nuova linea renderà più economici determinati invii di merci, e si può ora calcolare se questo risparmio sia tanto grande da superare le spese che la costruzione e l'esercizio della nuova linea richiedono. Ciò può essere calcolato soltanto in denaro. Mettendo a confronto spese in natura e risparmi in natura di natura diversa non si riesce qui a raggiungere lo scopo. Se non si ha alcuna possibilità di ricondurre a un'espressione comune le ore di lavoro di manodopera variamente qualificata, il ferro, il carbone, il materiale da costruzione di ogni genere, le macchine e le altre cose che la costruzione e l'esercizio delle ferrovie richiedono, allora non si può eseguire il calcolo. Il tracciato economico è possibile soltanto se si è in grado di ricondurre a denaro tutti i beni che entrano in considerazione. Certo, il calcolo in denaro ha le sue imperfezioni e i suoi gravi difetti, ma noi non abbiamo proprio nulla di meglio da mettere al suo posto; per gli scopi pratici della vita il calcolo in denaro di un sistema monetario sano è pur sempre sufficiente. Se vi rinunciamo, allora ogni calcolo economico diviene senz'altro impossibile.
La comunità socialista saprà naturalmente come cavarsela. Pronuncerà una parola d'autorità e deciderà a favore o contro la costruzione progettata. Ma questa decisione avverrà nel migliore dei casi sulla base di stime vaghe; non sarà mai fondata su un esatto calcolo di valore.
L'economia statica può fare a meno del calcolo economico. Qui infatti, sul piano economico, si ripete sempre di nuovo soltanto la stessa cosa, e se ammettiamo che il primo assetto dell'economia socialista statica avvenga sulla base degli ultimi risultati dell'economia libera, allora potremmo tutt'al più immaginarci una produzione socialista diretta in modo economicamente razionale. Ma ciò è possibile appunto soltanto col pensiero. A prescindere del tutto dal fatto che un'economia statica non potrà mai esistere nella vita, poiché i dati si mutano di continuo, sicché la statica dell'agire economico è soltanto un'ipotesi concettuale – per quanto necessaria al nostro pensiero e alla formazione della nostra conoscenza dell'economico – cui nella vita non corrisponde alcuno stato, dobbiamo pur ammettere che il passaggio al socialismo, già in conseguenza del livellamento delle differenze di reddito e degli spostamenti nel consumo, e quindi anche nella produzione, da esso condizionati, muti tutti i dati in tal modo che il ricollegamento all'ultimo stato dell'economia libera risulta impossibile. Allora però abbiamo dinanzi a noi un ordinamento economico socialista che naviga qua e là nell'oceano delle combinazioni economiche possibili e immaginabili senza la bussola del calcolo economico.
Ogni mutamento economico diviene così, nella comunità socialista, un'impresa il cui esito non può essere né stimato in anticipo né accertato retrospettivamente in seguito. Qui tutto procede a tentoni nell'oscurità. Il socialismo è la soppressione della razionalità dell'economia.
In ogni grande impresa le singole aziende o sezioni aziendali sono, nella contabilità, autonome fino a un certo grado. Si addebitano reciprocamente materiali e lavoro, ed è in ogni momento possibile redigere per ciascun singolo gruppo un bilancio particolare e cogliere contabilmente i risultati economici della sua attività. In tal modo si è in grado di accertare con quale successo abbia lavorato ciascuna singola sezione e di prendere quindi decisioni circa la trasformazione, la limitazione, la dismissione o l'ampliamento dei gruppi esistenti e circa l'istituzione di nuovi. Certi errori in tali calcoli sono, è vero, inevitabili. Essi derivano in parte dalle difficoltà che sorgono nella ripartizione delle spese generali. Altri errori nascono a loro volta dalla necessità di calcolare, sotto qualche riguardo, con dati non determinabili con esattezza, ad esempio quando, nell'accertamento della redditività di un procedimento, si calcola l'ammortamento delle macchine impiegate supponendo una determinata durata della loro utilizzabilità. Ma tutti gli errori di questo genere possono essere mantenuti entro certi limiti ristretti, sicché non turbano il risultato complessivo del calcolo. Ciò che resta di incertezza va a carico dell'incertezza dei rapporti futuri, che è necessariamente data nello stato dinamico dell'economia nazionale.
Sembra ora ovvio tentare in modo analogo, anche nella comunità socialista, una contabilità autonoma dei singoli gruppi di produzione. Ma ciò è del tutto e affatto impossibile. Quella contabilità autonoma dei singoli rami di una e medesima impresa riposa infatti esclusivamente sul fatto che appunto nel traffico di mercato si formano, per tutti i tipi di beni e di lavori impiegati, prezzi di mercato che possono essere presi a fondamento del calcolo. Dove manca il libero traffico di mercato non vi è formazione dei prezzi; senza formazione dei prezzi non vi è calcolo economico.
Si potrebbe forse pensare di consentire lo scambio fra i singoli gruppi aziendali, per giungere per questa via alla formazione di rapporti di scambio (prezzi) e creare così un fondamento per il calcolo economico anche nella comunità socialista. Si costituiscono, nell'ambito dell'economia unitaria, che non conosce alcuna proprietà particolare dei mezzi di produzione, i singoli gruppi di lavoro come soggetti autonomi aventi facoltà di disporre, i quali devono bensì comportarsi secondo le direttive della suprema direzione economica, ma si trasferiscono reciprocamente beni materiali e prestazioni di lavoro soltanto contro un corrispettivo da prestarsi in un mezzo di scambio generale. È pressappoco così che ci si immagina l'assetto dell'esercizio socialista della produzione, quando oggi si parla di socializzazione integrale e simili. Ma ancora una volta non si riesce, in tal modo, ad aggirare il punto decisivo. Rapporti di scambio dei beni produttivi possono formarsi soltanto sul terreno della proprietà particolare dei mezzi di produzione. Se la «comunità del carbone» fornisce carbone alla «comunità del ferro», non può formarsi alcun prezzo, a meno che le due comunità non siano proprietarie dei mezzi di produzione delle loro aziende. Ma questo non sarebbe socializzazione, bensì capitalismo operaio e sindacalismo.
Per il teorico socialista che sta sul terreno della teoria del valore-lavoro la cosa è naturalmente assai semplice. «Non appena la società si mette in possesso dei mezzi di produzione e li impiega nella produzione in forma di socializzazione immediata, il lavoro di ciascuno, per quanto diverso possa esserne il carattere specificamente utile, diviene fin da principio e direttamente lavoro sociale. La quantità di lavoro sociale contenuta in un prodotto non ha allora bisogno di essere accertata dapprima per via indiretta; l'esperienza quotidiana mostra direttamente quanto ne occorra in media. La società può semplicemente calcolare quante ore di lavoro stanno in una macchina a vapore, in un ettolitro di frumento dell'ultimo raccolto, in cento metri quadrati di panno di determinata qualità. ... Certo, anche allora la società dovrà sapere quanto lavoro occorra a ciascun oggetto d'uso per la sua produzione. Essa dovrà disporre il piano di produzione secondo i mezzi di produzione, ai quali appartengono in particolare anche le forze-lavoro. Gli effetti utili dei diversi oggetti d'uso, ponderati gli uni rispetto agli altri e di fronte alle quantità di lavoro necessarie alla loro produzione, determineranno infine il piano. La gente sbriga tutto in modo assai semplice senza l'intervento del tanto celebrato 'valore'»⁷.
Non è qui nostro compito esporre ancora una volta le obiezioni critiche contro la teoria del valore-lavoro. Esse possono interessarci in questo contesto soltanto nella misura in cui rilevano per la valutazione dell'impiegabilità del lavoro ai fini del calcolo del valore di una comunità socialista.
A prima vista il calcolo del lavoro tiene conto anche delle condizioni naturali della produzione situate al di fuori dell'uomo. Nel concetto di tempo di lavoro medio socialmente necessario viene già preso in considerazione la legge del rendimento decrescente, nella misura in cui essa diviene operante a causa della diversità delle condizioni naturali di produzione. Se cresce la domanda di una merce e occorre perciò ricorrere allo sfruttamento di condizioni naturali di produzione peggiori, allora cresce anche il tempo di lavoro sociale mediamente necessario alla produzione di un'unità. Se si riesce a individuare condizioni naturali di produzione più favorevoli, allora diminuisce la quantità di lavoro socialmente necessaria⁸. Questa considerazione delle condizioni naturali della produzione si estende però esattamente solo fin dove essa si manifesta in mutamenti della quantità di lavoro socialmente necessaria. Oltre a ciò il calcolo del lavoro viene meno. Esso lascia del tutto fuori considerazione il consumo di fattori materiali di produzione. Il tempo di lavoro socialmente necessario richiesto per la produzione delle due merci P e Q sia di 10 ore ciascuna. Per la produzione tanto di un'unità di P quanto di un'unità di Q occorra impiegare, oltre al lavoro, anche il materiale a, di cui un'unità viene prodotta in un'ora di lavoro socialmente necessario, e precisamente per la produzione di P occorrano due unità di a e inoltre 9 ore di lavoro, per la produzione di Q un'unità di a e inoltre 9 ore di lavoro. Nel calcolo del lavoro P e Q appaiono come equivalenti, nel calcolo del valore P dovrebbe essere valutato più di Q. Quello è errato, questo solo corrisponde all'essenza e allo scopo del calcolo. È vero che questo di più, di cui il calcolo del valore pone P più in alto di Q, questo substrato materiale «è presente per natura senza l'intervento dell'uomo»⁹. Ma se esso è presente soltanto in una quantità tale da divenire oggetto di gestione economica, deve pure entrare in qualche forma nel calcolo del valore.
Il secondo difetto del calcolo del lavoro è la mancata considerazione della diversa qualità del lavoro. Per Marx tutto il lavoro umano è economicamente della medesima specie, perché esso è sempre «dispendio produttivo di cervello, muscoli, nervi, mani umane, ecc.». «Il lavoro complicato vale solo come lavoro semplice potenziato o piuttosto moltiplicato, cosicché una quantità minore di lavoro complicato è uguale a una quantità maggiore di lavoro semplice. Che questa riduzione avvenga costantemente, lo mostra l'esperienza. Una merce può essere il prodotto del lavoro più complicato, il suo valore la pone uguale al prodotto del lavoro semplice e rappresenta perciò essa stessa soltanto una determinata quantità di lavoro semplice»¹⁰. Böhm-Bawerk non ha torto quando definisce questa argomentazione «un virtuosismo teorico di stupefacente ingenuit໹¹. Per la valutazione dell'affermazione di Marx si può ben lasciare impregiudicato se sia possibile trovare una misura fisiologica unitaria di tutto il lavoro umano – tanto di quello fisico quanto di quello cosiddetto spirituale. È infatti certo che fra gli uomini stessi sussistono diversità di facoltà e di abilità, le quali fanno sì che i prodotti del lavoro e le prestazioni di lavoro abbiano qualità diverse. Ciò che, per la decisione della questione se il calcolo del lavoro sia impiegabile come calcolo economico, deve essere determinante, è se sia possibile ridurre a un denominatore unitario lavoro di specie diversa senza l'anello intermedio della valutazione dei loro prodotti da parte dei soggetti economici. La prova che Marx cerca di fornirne è fallita. L'esperienza mostra bensì che le merci, senza riguardo al fatto se siano prodotti di lavoro semplice o complicato, vengono poste in rapporti di scambio. Ma ciò sarebbe una prova del fatto che determinate quantità di lavoro semplice vengono immediatamente equiparate a determinate quantità di lavoro complicato soltanto qualora fosse acclarato che il lavoro è la fonte del valore di scambio. Ma ciò non solo non è acclarato, bensì è proprio quello che Marx, con quelle considerazioni, vuole appena dimostrare.
Che nel traffico di scambio si sia formato, nel saggio salariale, un rapporto di sostituzione fra lavoro semplice e lavoro complicato – cosa cui Marx in quel passo non accenna – non è altrettanto una prova di questa omogeneità. Questa equiparazione è infatti un risultato del traffico di mercato, non il suo presupposto. Il calcolo del lavoro dovrebbe fissare per la sostituzione del lavoro complicato con lavoro semplice un rapporto arbitrario, il che esclude la sua impiegabilità per la direzione economica.
Si è a lungo ritenuto che la teoria del valore-lavoro fosse necessaria al socialismo per fondare eticamente la richiesta di socializzazione dei mezzi di produzione. Oggi sappiamo che ciò è un errore. Per quanto la maggior parte dei suoi sostenitori socialisti l'abbia impiegata in questo modo, e per quanto persino Marx, benché assumesse in linea di principio un altro punto di vista, non sia stato in grado di tenersi del tutto immune da questo passo falso, è tuttavia chiaro che, da un lato, l'aspirazione politica all'introduzione del modo di produzione socialista non ha bisogno di alcun sostegno da parte della teoria del valore-lavoro, né può ricevere alcun sostegno da questa dottrina, e che, dall'altro, anche coloro che sostengono una concezione diversa circa l'essenza e l'origine del valore economico possono essere socialisti per convinzione. Eppure, in un senso diverso da quello che comunemente si intende, la teoria del valore-lavoro è una necessità intrinseca per coloro che propugnano il modo di produzione socialista. Una produzione socialista su larga scala potrebbe apparire razionalmente attuabile soltanto se esistesse una grandezza di valore oggettivamente conoscibile, che rendesse possibile il calcolo economico anche in un'economia priva di scambi e di moneta. Come tale, però, potrebbe concepibilmente entrare in considerazione soltanto il lavoro.
Responsabilità e iniziativa nell'impresa collettivizzata
In stretta connessione con il problema del calcolo economico si trova quello della responsabilità e dell'iniziativa nell'impresa collettivizzata. Che «l'eliminazione della libera iniziativa e della disponibilità individuale ad assumersi responsabilità, sulle quali si fondano i successi della gestione privata» costituisca il pericolo peggiore per le organizzazioni collettivizzate, viene ormai generalmente ammesso¹².
La maggior parte dei socialisti scivola su questo problema in silenzio. Altri ancora credono di poterlo liquidare con il rimando ai direttori delle società per azioni. Anche questi, infatti, non sarebbero proprietari dei mezzi di produzione, eppure le imprese prosperano sotto la loro direzione. Se al posto degli azionisti la collettività subentrasse nella proprietà dei mezzi di produzione, nulla cambierebbe. I direttori non lavorerebbero per la collettività peggio di quanto lavorino per conto degli azionisti.
Dobbiamo distinguere due gruppi di società per azioni e di imprese affini. Nelle une — si tratta per lo più soltanto delle società più piccole — sono unite per un'attività imprenditoriale comune, sotto la forma giuridica della società per azioni, poche persone, spesso gli eredi del fondatore dell'impresa, spesso anche ex concorrenti che ora si sono associati. L'effettiva direzione e conduzione degli affari è qui nelle mani degli azionisti stessi, o quanto meno di una parte degli azionisti, che conducono gli affari nell'interesse proprio e in quello di azionisti loro vicini per vincoli di parentela — mogli, minorenni e così via. In qualità di membri del consiglio di amministrazione o del collegio sindacale, di direttori, talvolta anche in posizione giuridicamente modesta, esercitano essi stessi l'influenza determinante sulla conduzione degli affari. A ciò non cambia nulla nemmeno la circostanza che talvolta una parte del capitale azionario si trovi nelle mani di un consorzio finanziario o di una banca. Qui la società per azioni si distingue dalla società in nome collettivo in effetti soltanto per la forma giuridica.
Nelle grandi società per azioni la cosa si presenta diversamente. Qui soltanto una parte degli azionisti — i grandi azionisti — prende parte all'effettiva direzione dell'impresa. Costoro hanno di regola lo stesso interesse alla prosperità dell'impresa di ogni proprietario. Può però accadere che abbiano interessi diversi da quelli della grande massa dei piccoli azionisti, i quali, pur possedendo la maggioranza del capitale azionario, sono esclusi dalla direzione. Allora si può giungere a gravi conflitti, quando ad esempio gli affari dell'impresa vengono condotti nell'interesse dei dirigenti in un modo che danneggia gli azionisti. Comunque stiano le cose, è chiaro che i veri detentori del potere nelle società conducono gli affari nel proprio interesse, che ciò coincida o meno con quello degli azionisti. Per l'amministratore solido di una società per azioni, che non voglia ricavare un guadagno meramente passeggero, sarà in generale vantaggioso, alla lunga, rappresentare sempre soltanto l'interesse degli azionisti e astenersi da manipolazioni che possano danneggiarli. Ciò vale in primo luogo per le banche e i gruppi finanziari, che non vogliono mettere a repentaglio presso il pubblico il credito di emissione di cui godono. Non sono dunque soltanto motivi etici a essere determinanti quando le società per azioni prosperano.
Tutto ciò cambia quando un'impresa viene nazionalizzata. Con l'eliminazione degli interessi materiali dei privati scompare la forza motrice, e se le imprese statali e municipali prosperano economicamente, esse lo devono alla ripresa di istituti dalle imprese private oppure alla circostanza di essere continuamente spinte a riforme e innovazioni dagli imprenditori presso i quali acquistano mezzi di produzione e materie prime.
Che dalle imprese collettivizzate non provenga alcun impulso a riforme e miglioramenti della produzione, che esse non siano in grado di adattarsi alle mutevoli condizioni del fabbisogno, che esse, in una parola, rappresentino un membro morto nell'organismo dell'economia nazionale, è ormai, dal momento che siamo in grado di volgere lo sguardo a decenni di esperimenti di socialismo statale e comunale, generalmente riconosciuto. Tutti i tentativi di infondere loro vita sono fin qui rimasti vani. Si è pensato di poterlo conseguire mediante riforme retributive. Si voleva interessare i dirigenti di queste imprese al rendimento e si pensava di poterli così equiparare ai dirigenti delle grandi società per azioni. È questo un grande errore. I dirigenti delle grandi società per azioni sono legati agli interessi delle imprese da loro amministrate in un modo del tutto diverso da quanto possa mai accadere nelle imprese pubbliche. O sono già proprietari di una parte non trascurabile del capitale azionario, oppure sperano di diventarlo col tempo. Sono inoltre nella condizione di realizzare un guadagno mediante il gioco di borsa sui titoli della loro impresa. Hanno la prospettiva di tramandare la propria posizione o quanto meno di assicurare ai propri eredi una parte della propria influenza. Non è il direttore generale tranquillo e agiato, alquanto simile nel suo modo di pensare e di sentire al funzionario pubblico, il tipo cui le imprese gestite in forma azionaria devono i loro successi, bensì il dirigente interessato attraverso il possesso azionario e il promotore e faiseur, proprio dunque coloro la cui eliminazione è l'obiettivo di ogni azione di nazionalizzazione e di statalizzazione.
Non è affatto un pensiero coerente in senso socialista, quando si ricorre a tali espedienti per assicurare la prosperità di un ordinamento economico su base socialista. Ogni socialismo — anche quello di Karl Marx e dei suoi seguaci ortodossi — muove dalla concezione che nel collettivo socialista non potrà affatto sorgere un contrasto tra gli interessi dei singoli e quelli della totalità. Ciascuno si adopererà già nel proprio interesse per dare il proprio meglio, poiché egli è partecipe anche del rendimento dell'intera attività economica. L'obiezione che si presenta spontanea, secondo cui per il singolo conta ben poco se egli stesso sia diligente e zelante, e che per lui è più importante che lo siano tutti gli altri, viene da essi o non considerata affatto oppure considerata in modo insufficiente. Essi credono di poter edificare il collettivo socialista sul solo imperativo categorico. Quanto soliti siano a rendersi le cose facili in proposito lo mostra forse nel modo migliore Kautsky, il quale avanza l'affermazione: «Se il socialismo è una necessità sociale, allora, qualora entrasse in conflitto con la natura umana, sarebbe questa ad avere la peggio, e non il socialismo»2. Questo è il più puro utopismo.
Ma ammettiamo pure il caso che queste aspettative utopistiche dei socialisti possano davvero realizzarsi, che nel collettivo socialista ciascun singolo si adoperi a essere attivo con non minore zelo di quanto oggi non faccia là dove si trova sotto la pressione della libera concorrenza: rimane allora ancora da risolvere il problema di sapere a che cosa si misurerà, nel collettivo socialista, il quale non conoscerà alcun calcolo economico, il successo dell'attività economica. Se non si è in grado di rendersi conto dell'economicità, non si può agire economicamente.
Uno slogan in voga sostiene che nelle imprese collettivizzate si dovrebbe pensare in modo meno burocratico e più mercantile, e allora esse lavorerebbero in modo altrettanto economico quanto le imprese private. I posti dirigenziali dovrebbero essere occupati da commercianti, e allora il rendimento crescerebbe subito. Eppure il «mercantile» non è affatto qualcosa di esteriore, che possa essere trasferito a piacimento. La qualità di commerciante non è una proprietà di una persona, che si fondi su una dote innata oppure che si acquisisca mediante studi presso un istituto commerciale, mediante la collaborazione in una casa commerciale o per il fatto di essere stati per qualche tempo imprenditori in proprio. Il pensare e l'agire mercantile dell'imprenditore scaturiscono dalla sua posizione nel processo economico e con essa vanno perduti. Se si nomina un imprenditore di successo alla direzione di un'impresa collettivizzata, egli potrà bensì portare con sé certe esperienze della sua precedente posizione e ancora per qualche tempo metterle a frutto come routine. Ma con il suo ingresso nell'attività collettivizzata egli cessa di essere commerciante e diventa burocrate come ogni altro impiegato del servizio pubblico. Non sono la conoscenza della contabilità, dell'organizzazione aziendale e dello stile epistolare commerciale, né il conseguimento di un titolo di scuola superiore di commercio a fare il commerciante, bensì la sua caratteristica posizione nel processo di produzione, che fa coincidere l'interesse dell'impresa con i suoi propri interessi. Non è perciò una soluzione del problema quando Otto Bauer, nel suo scritto pubblicato di recente, propone di far designare i dirigenti della banca centrale nazionale, cui dovrebbe essere affidata la direzione nel processo economico, da parte di un collegio del quale dovrebbero far parte anche rappresentanti del corpo docente delle scuole superiori di commercio¹⁴. I direttori così chiamati possano pure essere i più saggi e i migliori, al pari dei filosofi di Platone: commercianti, nelle loro posizioni di dirigenti di un collettivo socialista, non potranno mai esserlo, anche qualora lo fossero stati in precedenza.
Generale è la lagnanza che alle direzioni delle imprese collettivizzate manchi l'iniziativa. Si crede di poter rimediare a ciò mediante mutamenti nell'organizzazione. Anche questo è un grave errore. In un'impresa collettivizzata non si può porre la direzione interamente nelle mani di un solo uomo, perché si deve temere che egli commetta errori che arrecheranno gravi danni alla collettività. Ma se si fanno dipendere le decisioni risolutive da votazioni in collegi o dall'approvazione di istanze superiori, allora si pongono per l'appunto limiti all'iniziativa dei singoli. I collegi sono raramente inclini a introdurre arditi rinnovamenti. L'assenza di libera iniziativa nell'impresa pubblica non si fonda su difetti dell'organizzazione; essa è radicata nell'essenza stessa di tale impresa. Non è ammissibile affidare a un funzionario, per quanto in alto egli sia collocato, la libera disposizione dei mezzi di produzione, e ciò tanto meno quanto più lo si interessa materialmente al buon esito della sua attività. Poiché per le perdite si può praticamente chiamare a rispondere il dirigente nullatenente sempre soltanto in modo morale. Alla possibilità materiale di guadagno si contrapporrebbero dunque unicamente possibilità morali di perdita. Il proprietario, invece, porta egli stesso la responsabilità, perché il danno che nasce da imprese fallite egli è il primo a risentirne. Proprio in ciò sta infatti la differenza caratteristica tra il modo di produzione liberale e quello socialista.
La più recente dottrina socialista e il problema del calcolo economico
Da quando i più recenti avvenimenti in Russia, Ungheria, Germania e Austria hanno portato al potere i partiti socialisti e hanno così avvicinato all'immediata prossimità l'attuazione del programma socialista di socializzazione, anche gli scrittori marxisti hanno cominciato a occuparsi più da vicino dei problemi dell'organizzazione del collettivo socialista. Ma anche ora essi eludono ancora con cautela le questioni fondamentali, lasciando ai disprezzati «utopisti» il compito di occuparsene. Essi stessi preferiscono limitarsi a ciò che è da farsi in primo luogo; portano sempre soltanto programmi sulla via verso il socialismo, non sul socialismo stesso. Una cosa soltanto possiamo desumere da tutti questi scritti: che il grande problema del calcolo economico nello Stato socialista non è in alcun modo giunto alla loro coscienza.
A Otto Bauer la socializzazione delle banche appare come l'ultimo e decisivo passo verso l'attuazione del programma socialista di collettivizzazione. Una volta socializzate tutte le banche e fuse in un'unica banca centrale, il loro consiglio di amministrazione diventa »la suprema autorità economica, il massimo organo direttivo dell'intera economia nazionale. Solo attraverso la socializzazione delle banche la società acquista il potere di dirigere il proprio lavoro secondo un piano, di ripartirlo secondo un piano fra i singoli rami della produzione, di adattarlo secondo un piano ai bisogni del popolo«¹⁵. Dell'ordinamento monetario che dovrebbe vigere nel sistema socialista dopo l'attuazione della socializzazione delle banche, Bauer non parla. Al pari di altri marxisti, egli cerca di mostrare con quanta semplicità e ovvietà il futuro ordinamento sociale socialista si sviluppi a partire dai rapporti del capitalismo evoluto. »Basta trasferire ai rappresentanti della collettività popolare il potere che oggi gli azionisti delle banche esercitano per mezzo dei consigli di amministrazione da loro eletti«¹⁶, per socializzare le banche e porre così la pietra di chiusura all'edificio del socialismo. Bauer lascia con ciò i suoi lettori del tutto all'oscuro del fatto che l'essenza delle banche si trasforma completamente attraverso la socializzazione e la fusione in un'unica banca centrale. Una volta che tutte le banche siano confluite in un'unica banca, la loro essenza risulta interamente rimodellata; esse sono allora in grado di emettere mezzi di circolazione senza alcuna limitazione. Con ciò l'ordinamento monetario, quale noi lo conosciamo oggi, viene eliminato da sé¹⁷. Ma se, per di più, l'unica banca centrale viene socializzata in un sistema per il resto già del tutto socialista, allora viene soppresso il traffico di mercato e abolito ogni traffico di scambio. La banca cessa allora di essere banca, le sue funzioni specifiche si estinguono, perché in una simile società non vi è più alcun posto per esse. Può darsi che il nome di banca venga conservato, che la suprema direzione economica del sistema socialista sia chiamata direzione di banca e che essa stabilisca la propria sede in un edificio prima occupato da una banca. Ma una banca essa non è più, non assolve nessuna di quelle funzioni che le banche assolvono nell'ordinamento economico fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sull'uso di un mediatore di scambio generale, il denaro. Essa non concede più crediti, perché nel sistema socialista, com'è ovvio, non possono esistere crediti. Bauer stesso non dice che cosa sia una banca, ma nel suo scritto introduce il capitolo sulla socializzazione delle banche con queste frasi: »Tutti i capitali disponibili ... confluiscono presso le banche«¹⁸. Non avrebbe dovuto porsi, come marxista, la domanda di quale sarà l'attività delle banche dopo l'abolizione del rapporto di capitale?
Di analoga oscurità si rendono colpevoli anche tutti gli altri scrittori che si occupano dei problemi dell'organizzazione del sistema socialista. Essi non vedono che, con l'eliminazione dello scambio e della formazione dei prezzi del mercato, vengono soppresse le basi del calcolo economico, e che al loro posto bisognerebbe porre qualcos'altro, se non si vuole che ogni attività economica venga abolita e che subentri un completo caos. Si crede che le istituzioni socialiste possano formarsi senz'altro a partire da quelle dell'economia privato-capitalistica. Ciò non corrisponde al vero in nessun caso. Ma diventa addirittura grottesco quando si parla di banche, di una direzione di banca e simili nel sistema socialista.
Il richiamo ai rapporti che si sono formati nella Grande Russia e in Ungheria sotto il dominio dei Soviet non dice proprio nulla. Ciò che vi vediamo non è altro che il quadro della distruzione di un ordine esistente della produzione sociale, al cui posto subentra l'economia domestica contadina chiusa. Tutti i rami di produzione fondati sulla divisione sociale del lavoro si trovano in piena dissoluzione. Ciò che accade sotto il dominio di Lenin e Trotzki non è altro che distruzione e annientamento. Se il socialismo debba necessariamente trarre con sé queste conseguenze, come ritengono i liberali, oppure se ciò sia solo una conseguenza della circostanza che la repubblica sovietica viene combattuta dall'estero, come sostengono i socialisti, è una questione che qui non ci interessa. Ciò che si deve constatare è soltanto che il sistema socialista del dominio dei Soviet non ha affatto toccato il problema del calcolo economico, e nemmeno aveva motivo di toccarlo. Infatti, là dove nella Russia sovietica, nonostante tutti i divieti del governo, si produce ancora in generale per il mercato, si calcola anche in denaro, perché in quella misura sussiste ancora proprietà privata dei mezzi di produzione e le merci vengono vendute contro denaro. Anche il governo non può sottrarsi a ciò, anzi esso conferma, accrescendo esso stesso la quantità del denaro circolante, la necessità di mantenere l'ordinamento monetario almeno per il periodo del passaggio.
Che l'essenza del problema di cui si tratta non sia ancora venuta visibilmente alla luce nello Stato sovietico, lo mostrano nel modo migliore le esposizioni di Lenin nel suo scritto su »I compiti immediati del potere sovietico«. Nelle argomentazioni del dittatore ritorna sempre il pensiero che il compito immediato e più urgente del comunismo russo sia »l'organizzazione della contabilità e del controllo nelle imprese in cui i capitalisti sono già stati espropriati, e in tutte le altre aziende economiche«³⁹. Ma Lenin è ben lontano dal riconoscere che qui si tratta di un problema del tutto nuovo, che non si può risolvere con i mezzi intellettuali della cultura »borghese«. Da autentico realista politico, egli non pensa al di là dei compiti del giorno successivo. Vede ancora attorno a sé il traffico monetario e non si accorge che, con il progredire della socializzazione, anche il denaro deve perdere la sua posizione di mezzo di scambio di uso generale nella misura in cui scompaiono la proprietà privata e con essa lo scambio. La contabilità »borghese«, che calcola in denaro, Lenin vuole reintrodurla nelle imprese sovietiche: questo è il senso delle sue esposizioni. Per questo egli vuole anche riaccogliere in grazia gli »specialisti borghesi«²⁰. Del resto Lenin non si avvede, non più di Bauer, che nel sistema socialista la funzione delle banche nel loro senso attuale non è pensabile. Egli vuole proseguire ulteriormente »la nazionalizzazione delle banche« e procedere »alla trasformazione delle banche in nodi della contabilità sociale sotto il socialismo«²¹.
Del resto le rappresentazioni di Lenin sull'economia del socialismo, verso il quale egli si sforza di condurre il proprio popolo, sono assai oscure. »Lo Stato socialista«, egli ritiene, »può nascere solo come una rete di comuni produttivo-consumatrici, che registrino coscienziosamente la propria produzione e il proprio consumo, gestiscano economicamente il lavoro, accrescano incessantemente la produttività del lavoro e ottengano per tale via la possibilità di ridurre la giornata lavorativa fino a sette, fino a sei ore e anche meno«²². »Ogni fabbrica, ogni villaggio appare come un comune produttivo-consumatore, che ha il diritto e il dovere di applicare a modo suo le disposizioni generali della legge sovietica ('a modo suo', non nel senso della loro violazione, ma nel senso della diversità delle loro forme di attuazione nella vita) e di risolvere a modo suo il problema del calcolo della produzione e della distribuzione dei prodotti²³. »I comuni modello devono e dovranno servire ai comuni rimasti indietro come educatori, maestri e incitatori.« Si renderanno noti in ogni dettaglio i successi dei comuni modello, affinché il buon esempio faccia scuola. I comuni che mostrano buoni »risultati economici della gestione« saranno ricompensati senza indugio »mediante l'accorciamento di un determinato tempo della giornata lavorativa, mediante l'aumento del guadagno, mediante la concessione di una maggiore quantità di beni e valori culturali ed estetici ecc.«²⁴.
Da ciò si rileva che l'ideale di Lenin è uno stato sociale in cui i mezzi di produzione sono proprietà dell'intera collettività, non proprietà di singoli distretti, comuni o addirittura dei lavoratori dell'azienda. Il suo ideale è socialista, non sindacalista. Questo, in un marxista quale è Lenin, non avrebbe avuto bisogno di essere particolarmente sottolineato. Esso è notevole non nel Lenin teorico, ma nel Lenin uomo di Stato, capo della rivoluzione russa sindacalista e dei piccoli contadini. Ma per ora abbiamo a che fare soltanto con lo scrittore e possiamo considerare il suo ideale in sé, senza lasciarci disturbare dal quadro della realtà. Ogni singola grande azienda agraria o industriale costituisce quindi un membro della grande comunità di lavoro. Coloro che vi sono attivi possiedono il diritto di autogoverno; essi hanno una vasta influenza nell'organizzazione della produzione e poi, ancora, nella distribuzione dei beni loro assegnati per il consumo. Ma i mezzi di lavoro sono proprietà dell'intera società, e perciò anche il prodotto spetta alla società, affinché essa disponga della sua distribuzione. Come, dunque, ci si deve ora chiedere, si calcolerà nell'economia del sistema socialista così organizzato? A ciò Lenin dà solo una risposta del tutto insufficiente, rinviando alla statistica. Si dovrebbe portare la statistica »in mezzo alla massa, renderla popolare, affinché i lavoratori imparino a poco a poco essi stessi a comprendere e a vedere come e quanto si deve lavorare, come e quanto ci si può riposare, – affinché il confronto dei risultati economici della gestione dei singoli comuni divenga oggetto dell'interesse generale e dell'apprendimento«²⁵. Da queste scarne indicazioni non si può desumere che cosa Lenin intenda qui per statistica, se pensi al calcolo monetario o al calcolo in natura. In ogni caso dobbiamo rinviare a quanto è stato detto sopra circa l'impossibilità di conoscere, in un sistema socialista, i prezzi monetari dei beni di produzione, e circa le difficoltà che si oppongono al calcolo in natura²⁶. Per il calcolo economico la statistica sarebbe utilizzabile soltanto se potesse condurre al di là del calcolo in natura, la cui scarsa idoneità a questi scopi abbiamo dimostrato. Ciò naturalmente non è possibile là dove non si forma alcun rapporto di scambio dei beni nel traffico.
Alla luce di quanto abbiamo potuto constatare nelle esposizioni precedenti, deve colpire il fatto che i sostenitori del modo di produzione socialista rivendichino per esso, rispetto all'ordinamento economico fondato sulla proprietà privata dei mezzi di produzione, il vantaggio di una maggiore razionalità. Nel quadro di questo lavoro non dobbiamo occuparci di tale opinione nella misura in cui essa viene sostenuta con l'affermazione che, nell'economia liberale, la razionalità dell'attività economica non può necessariamente essere perfetta, perché operano determinate forze che ne ostacolano l'affermazione. In questo contesto può interessarci soltanto la fondazione economico-tecnica di tale opinione. Ai rappresentanti di questa dottrina si presenta un concetto oscuro di una razionalità tecnica, che dovrebbe stare in contrapposizione alla razionalità economica, della quale del resto non ci si fa nemmeno una rappresentazione precisa. Si è soliti trascurare che »ogni razionalità tecnica della produzione è una cosa sola con un basso livello del dispendio specifico nel produrre«²⁷. Si trascura che il calcolo tecnico non basta a riconoscere il »grado di idoneità complessiva e di idoneità finale«²⁸ di un processo, che esso è sempre in grado soltanto di graduare singoli processi secondo la loro importanza, ma non ci conduce mai a quei giudizi che sono richiesti dalla situazione economica complessiva. Solo per il fatto che la tecnica è in grado di orientarsi sulla redditività vengono superate le difficoltà della ponderazione che derivano dalla complessità dei nessi tra l'imponente sistema della produzione odierna, da un lato, e il fabbisogno e la capacità di rendimento delle imprese e delle unità economiche, dall'altro, e può essere conseguita quella visione d'insieme della situazione complessiva che l'agire economicamente razionale richiede²⁹.
È l'oscura rappresentazione di un primato del valore d'uso oggettivo a dominare queste teorie. In verità il valore d'uso oggettivo può acquistare importanza per l'economia, ai fini della conduzione economica, solo attraverso l'influsso che esso esercita, per il tramite del valore d'uso soggettivo, sulla formazione dei rapporti di scambio dei beni economici. Vi si mescola una seconda oscura rappresentazione: il giudizio personale dell'osservatore sull'utilità dei beni, che si contrappone al giudizio della massa che partecipa al traffico economico. Se qualcuno trova »irrazionale« spendere tanto in fumo, bevande e simili piaceri quanto se ne spende nell'economia nazionale, ha indubbiamente ragione dal punto di vista della sua valutazione personale. Ma egli trascura con ciò che l'economia è soltanto ricerca dei mezzi, e che la graduatoria dei fini ultimi, fatte salve tutte le considerazioni razionali che ne influenzano la posizione, è cosa del volere e non del conoscere.
La consapevolezza del fatto che nella comunità socialista non è possibile un'economia razionale non può naturalmente deporre né a favore né contro il socialismo. Chi per ragioni etiche è disposto a schierarsi a favore del socialismo anche nel presupposto che, attraverso la proprietà collettiva dei beni di produzione, l'approvvigionamento degli uomini di beni economici di primo ordine venga ridotto, oppure chi, guidato da ideali ascetici, vuole il socialismo, non si lascerà influenzare in tale aspirazione. Ancora meno potranno esserne dissuasi quei socialisti della cultura che, come Muckle, attendono dal socialismo in primo luogo la »redenzione dalla più terribile di tutte le barbarie: il razionalismo capitalistico«3. Ma chi spera dal socialismo un'economia razionale sarà costretto a sottoporre a revisione le proprie concezioni.
Notes
Footnotes
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⁶ Ciò è stato riconosciuto anche da Neurath (Durch die Kriegswirtschaft zur Naturalwirtschaft. München 1919 S. 216 s.). Egli avanza l'affermazione che ogni economia amministrativa completa è in ultima analisi un'economia naturale. »Socializzare significa pertanto favorire l'economia naturale.« Neurath trascura soltanto le difficoltà insormontabili che devono necessariamente sorgere per il calcolo economico nella comunità socialista. ↩
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¹³ Cfr. Kautsky, Vorrede zu Atlanticus (Ballod), Produktion und Konsum. im Sozialstaat. Stuttgart 1898, S. XIV. ↩
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³⁰ Cfr. Muckle, Das Kulturideal des Sozialismus. München und Leipzig 1919, S. 213. – Muckle esige d'altra parte nuovamente la »massima razionalizzazione della vita economica, affinché il tempo di lavoro venga abbreviato e l'uomo possa di nuovo ritirarsi su un'isola, per ascoltare le melodie del proprio essere«, op. cit. S. 208. ↩